licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

sabato, luglio 04, 2009

ma quando arrivano le ragazze?

Arrivo buon ultimo, ma ammetto di essermela vista e rivista con soddisfazione, la scena di Piero Ricca che umilia pesantemente Mara Carfagna. Son quelle cose che, uno, quando la vede pensa che bisognava pur dirle, perché nel tentativo della Carfagna di svicolare, a più riprese, c'è tutta la vergogna di chi ha la coscienza molto sporca, l'imbarazzo di una che pensava che andare a fare politica fosse come farsi un giro nel Paese dei Balocchi, tutte soddisfazioni e nessuna fatica, o no? E invece ci sono ancora quelli che non ci stanno, ci sono ancora giornalisti scomodi che fanno domande, ci sono ancora voci dissenzienti di gente che non si fa comprare dal satrapo di turno, e che lo dice chiaro e tondo che la Carfagna non dovrebbe fare il ministro, perché prendere una che fa i calendari e farla diventare ministro significa né più né meno umiliare le istituzioni, e in special modo il Ministero delle Pari Opportunità. E così bisogna dirlo che vedere Piero Ricca che corre dietro alla Carfagna, bersagliandola di domande sgradevoli, è una bella soddisfazione.

Certo, poi sarebbe stata una soddisfazione ancor più grande se invece di Piero Ricca, a correre dietro a Mara Carfagna fosse stata una giornalista donna. Scommetto che la Carfagna non ci avrebbe nemmeno provato, se invece di Piero Ricca lì ci fosse stata una donna, a fare battute sull'odore corporeo come ha fatto con Piero Ricca, sarebbe stata ancora più in difficoltà. E poi sarebbe più giusto, e anche più bello - coniugando, come di rado accade, etica ed estetica - che fossero anzitutto le donne a perseguitare la Carfagna, visto che incarna così indegnamente le loro esigenze nel Ministero che occupa. Ci vorrebbero, oggi come oggi, donne pronte a correre dietro alla Carfagna, mettendola all'angolo con domande scomode e fastidiose. Voi, nel frattempo, state bene.

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mercoledì, luglio 01, 2009

se marchi male non ciài più le mano
dovete legge tutti er Corano


In Italia, lo diceva già Guicciardini, i preti rompono gli zibidei non poco (e occorre segnalare, già che ci siamo, l'ottimo post di Metilparaben sull'ennesima bravata dei ciellini a Milano). Però giova ricordare, tanto per mantenere le debite proporzioni, che le teocrazie vere sono un'altra cosa: e l'ottimo post di Ernesto sull'Iran ci riesce perfettamente. Il vero volto del regime iraniano lo si poteva vedere da un pezzo, bastava saper guardare (alla faccia della "democrazia islamica" immaginata da qualche intellettuale troppo ottimista). E tanto per sdrammatizzare, mi pare il caso di rammentare che già i gloriosi Santarita Sakkascia - autori di caposaldi quali La Colombo non perdona e Serpentone - ci avevano aperto gli occhi, nel corso degli anni novanta, fornendoci un cinico ritratto della teocrazia iraniana nella loro immortale hit Nostalgia di Khomeini. Voi, nel frattempo, state bene.

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martedì, giugno 30, 2009

note su Long John Silver

La cosa formidabile di Long John Silver è che non è semplicemente cattivo. Sarebbe stato infinitamente più semplice, per Stevenson, inventarsi un personaggio malvagio in maniera uniforme. Invece ha preso una strada tutta in salita, quella di creare un personaggio pragmatico. Silver è il pragmatismo fatto persona: gli anglosassoni direbbero che è loyal to himself to the end. Egli non riconosce altro interesse che il proprio, altra volontà che la propria. Non conosce, nel modo più assoluto, la tolleranza e il perdono. Lo dice lui stesso – e come! -: “I gentiluomini di ventura di solito si fidano poco l’uno dell’altro, e fanno bene, sta’ pur certo. Ma io, per me, ho un mio sistema. Se un compagno molla il suo cavo una volta – uno che mi conosca, intendo dire – non ci sarà una seconda volta nello stesso mondo del vecchio John”. Ed è tutto sommato questo che ci affascina in lui: la sua capacità di compiere le azioni più estreme, anche quella di uccidere, senza pensarci due volte. Le decisioni di Long John Silver non sono condizionate né da lealtà, né da affetti. Non che ne sia incapace, ma si tratta di un uomo che ha una precisa scala di valori in mente: il suo interesse, e la sua libertà, prima di qualunque altra cosa. Anche prima della vita: pur di sottrarsi a un vincolo, a una costrizione di qualsiasi fatta, Silver è pronto a tutto: anche a morire. Ed è per questo che lo amiamo, ed è per questo che ci fa orrore. Da una parte la sua scelta è così radicale che non possiamo fare a meno di ammirarla, e dall’altra Silver è così privo di legami – d’amore, di lealtà, di amicizia – da sembrarci a stento umano. E non è un caso che Bjorn Larsson, nel riprendere il personaggio di Silver e facendolo parlare in prima persona ne La vera storia del pirata Long John Silver, apra il racconto con parole che dimostrano quanto Silver tenga in dispregio, e affronti con beffarda noncuranza, sia la vita che la morte: "Siamo nel 1742. Ho vissuto a lungo. Questo non me lo può togliere nessuno. Tutti quelli che ho conosciuto sono morti. Alcuni li ho mandati io stesso all’altro mondo, se poi esiste. Ma perché dovrebbe?"
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sabato, giugno 27, 2009

il politically correct ci salverà

"Sono grasso", dico sconsolatamente osservando la indiscutibile prominenza del mio ventre riflesso nello specchio. "Dobbiamo guardare in faccia la realtà. Ormai sono grasso".
"Ma no, amore mio", replica mia moglie con voce più affettuosa del solito. "Stai esagerando come sempre... Non sei mica grasso, su. Diciamo, ecco, che sei diversamente magro".

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mercoledì, giugno 24, 2009

with or without God

Su Italiansubs.net cominciano ad essere finalmente disponibili i sottotitoli per The Atheism Tapes, una serie di interviste realizzate dal regista Jonathan Miller nel 2003 sulla storia dell'ateismo. Queste interviste all'inizio erano state intese come parte di un documentario che Miller stava realizzando per la BBC sulla storia dell'ateismo, Atheism: a Rough History of Disbelief, ma furono poi trasmesse indipendentemente dal documentario principale. Nel momento in cui scrivo, sono stati realizzati i sottotitoli per la prima intervista, quella al filosofo Colin McGinn, in cui si parla - tra le altre cose - delle varie tesi a supporto e contro l'esistenza di Dio, e della differenza tra ateismo e antiteismo (ma McGinn osserva saggiamente che essi possono andare assieme: egli si definisce, infatti, sia ateo che antiteista).  Se vi interessano i sottotitoli, potete scaricarli qui; se invece avete voglia di dare un'occhiata al blog di McGinn, eccolo. Potete dare, volendo, anche uno sguardo al sito ufficiale del programma The Atheism Tapes.

Dopodiché, naturalmente, state bene.

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martedì, giugno 23, 2009

the times they are a-changin'

Devo dire che è stata veramente una sorpresa scoprire che Augusto Minzolini, quindici anni fa, la pensava proprio come la penso io adesso: "La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico.” Certo, poi adesso sappiamo bene che Augusto Minzolini la pensa in tutt'altra maniera, sulla vita privata dei politici. Che poi per carità, intendiamoci, quindici anni sono tanti e uno ha anche diritto di cambiare idea. Solo che sarebbe stata una bella cosa, da parte di Augusto Minzolini, spiegarci anche cosa lo ha spinto a pensarla diversamente rispetto a quindici anni fa. Cosa è cambiato? Quale maturazione è avvenuta nella coscienza e nel pensiero di Augusto Minzolini? Come si è trasformato, in questi quindici anni, il pensiero di Augusto Minzolini al punto che ora come ora esso, il suo pensiero, è praticamente l'opposto di quello che aveva espresso quindici anni fa? Ecco, purtroppo queste cose Augusto Minzolini non ce le dice. Anzi, non ci dice proprio che una volta lui la pensava diversamente, la pensava proprio all'opposto di come la pensa adesso, però da allora ha cambiato idea. Forse, ma questo è un mio pensiero malizioso anzichenò, Augusto Minzolini si è dimenticato di come la pensava una volta. O forse, ma questo è un mio pensiero ancora più malizioso, Augusto Minzolini pensa che se ne siano dimenticati tutti gli altri, e che magari allora è meglio non dire niente, che non se ne accorge nessuno di come lui la pensava prima, forse. Chissà cosa pensa, Augusto Minzolini. Che poi in questa faccenda la cosa che m'inquieta più di tutte, è un fatto che riguarda me stesso, e cioè che se Augusto Minzolini quindici anni fa la pensava come io la penso adesso, se sono possibili cambiamenti così radicali, allora potrebbe darsi il caso che io tra quindici anni finisca per pensarla come la pensa oggi Augusto Minzolini.  Che quest'idea mi fa orrore, oggi come oggi, ma forse anche ad Augusto Minzolini,
quindici anni fa, faceva orrore l'idea che egli oggi invece sostiene e spada tratta. Sono cose preoccupanti, queste, e bisogna vigilare su noi stessi (come diceva John Stuart Mill). Voi, nel frattempo, state bene.

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mercoledì, giugno 17, 2009

folgorescion

Questo post per dire che oggi, per puro caso, grazie alla filodiffusione del Ricordi Megastore presso il Forum Termini, ho scoperto i Ratti della Sabina e mi son sembrati fenomenali. Voi, nel frattempo, state bene.

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lunedì, giugno 15, 2009

gli aggettivi sono tutto, in letteratura

"Certe giornate di fine agosto a casa sono così, l'aria sottile e pungente come questa, con qualcosa di mesto e nostalgico e familiare". Ricordo come queste parole, leggendo L'urlo e il furore di William Faulkner, seppero afferrarmi e conquistarmi e ricordo che è stato lì che è cominciato tutto, cioè una parte di tutto, vale a dire che è stato lì che ho capito quanto conti, in narrativa, la capacità di afferrare qualcosa che può durare un istante - un odore, un sapore, una sensazione - e metterlo sulla pagina, porgendolo al lettore. Poi è chiaro che devono esserci anche altre cose, serve la storia e servono i personaggi, però ricordo che quando ho letto 'sta frase di Faulkner stavo sbocconcellando un cornetto Algida, avevo in bocca panna e un pezzo di cialda e un po' di cioccolato, e ricordo che mi è preso il ricordo degli amatissimi cornetti Algida della mia fanciullezza mangiati come antidoto alla noia, cioè mi è preso il ricordo di quando nel corso della fanciullezza, nei momenti in cui non avendo niente da fare, e annoiandomi di conseguenza, andavo a prendere fino al bar un cornetto Algida e lo mangiavo, magari sbirciando sul giornale poggiato sopra il tavolino del bar se c'era qualche film da vedere al cinema. Il cornetto Algida lo mangiavo con calma, stordito dalla calura che a Roma è tremenda in estate, camminando piano dal bar verso casa, oppure dal bar verso la fermata del bus numero ottantacinque da prendere per andare al cinema Royal, oppure dal bar al cinema Maestoso che era abbastanza vicino da andarci a piedi. Avevo questa grande libertà nel corso della fanciullezza, di mangiare cornetti Algida e annoiarmi e vedere tanti film, poiché la fanciullezza, come il saggio sa bene,  è quell'epoca in cui si leggono tanti libri e si vedono tanti film e ci si ammazza di seghe, un'epoca in effetti mesta e nostalgica e poi anche familiare, come dice Faulkner, ed è stato leggendo quel passo suo di William Faulkner, e tornando con la memoria a un'epoca di cornetti Algida e di seghe, sì è stato allora che ho capito che le parole hanno il potere di farti tornare in posti dove sei stato, e non vai più da anni e anni. E poi però ieri mi chiedevo, leggendo questo post di mia moglie, se senza l'amicizia e il sostegno e anche gli insegnamenti di Sherwood Anderson davvero William Faulkner avrebbe saputo comunque, lui da solo, mettere gli aggettivi in maniera così stordente e pericolosa, specie per chi nella vita ha mangiato molti cornetti Algida.

Voi, nel frattempo, state bene.

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giovedì, giugno 11, 2009

(continua dal post precedente)

Comunque, Breaking bad è un testo narrativo a combustione lenta. L'evoluzione di Walt da mite professore a narcotrafficante occupa per intero la prima stagione di sette episodi, mentre la stagione successiva racconta l'ascesa (o il rocambolesco avvitamento) di Walt e del suo giovane socio Jesse Pinkman, nel mondo del narcotraffico. Ora, vale la pena di osservare che questa modalità di suddivisione dei tempi narrativi è propria delle narrazioni che raccontano una forma di iniziazione. Pensate a L'isola del tesoro: nel celebre romanzo di Stevenson, infatti, la prima metà della storia è dedicata alla preparazione del viaggio, mentre nella seconda abbiamo il viaggio vero e proprio. Ora, come sappiamo, L'isola del tesoro è una storia di iniziazione: quella del giovane Jim Hawkins alla vita. Jim, nel viaggio verso l'isola, affronta una serie di prove, di "soglie" da superare in senso prettamente vogleriano (si legga Il viaggio dell'eroe), ma la scoperta più importante di tutte è quella del Male. Jim apprende l'esistenza del Male, peraltro nei panni di uno dei personaggi più affascinanti della storia della letteratura (il meraviglioso Long John Silver), e impara che - sia pure evitando il Male, finché sia possibile - bisogna saper venire a compromessi con esso (ciò di cui Jim si rende conto quando fa il suo accordo con Silver). Nelle storie di iniziazione, la scoperta del Male e la perdita dell'innocenza è sempre un elemento con cui il protagonista, o i protagonisti, debbono confrontarsi; ma ciò che più ci interessa, qui, è la modalità di questo confronto.

Se ne L'isola del tesoro, infatti, Jim si confronta col Male in modo dinamico - e senza mai smettere di interrogarsi sui limiti e sulla liceità dei suoi rapporti col Male -, disposto a fare compromessi ma non ad arrendersi a esso, in Breaking bad il confronto tra Walt e il Male avviene sul piano faustiano della fascinazione e dell'orrore. Ma l'orrore, questo è il punto, non diventa mai così forte da superare la fascinazione. Breaking bad procede per un susseguirsi di eventi che riproducono il medesimo schema e scandiscano, ritmicamente, il cedimento di Walt White al Male.

Di solito lo schema degli eventi è questo:

1. Walt White si trova a fare qualcosa (ad es.: procurarsi una particolare sostanza chimica necessaria alla preparazione delle metanfetamine; incontrarsi con un trafficante che dovrà acquistare la droga da lui prodotta);
2. La situazione evolve in maniera imprevista da Walt (di solito in modo pericoloso), e questi deve ricorrere alla violenza, o ad altri espedienti generalmente malsani e/o sinistri, per cavarsela;
3. Il fatto che questi espedienti siano malsani e/o sinistri produce in Walt un istante di orrore per le sue proprie azioni;
4. L'istante di orrore viene superato, e Walt procede di un altro passo nella sua iniziazione.

Ma iniziazione a che cosa, potremmo chiederci? Ed è qui che il paragone con L'isola del tesoro ci torna più utile. Abbiamo detto, infatti, che quella è una storia di iniziazione alla vita e che, non a caso, il protagonista Jim Hawkins deve, nel corso della vicenda, imparare a convivere col Male (cosa che tutti, per vivere, abbiamo dovuto imparare a fare). Laddove invece Breaking bad è una storia di pura e semplice iniziazione al Male: la vita, Walt White è ben consapevole che dovrà lasciarsela alle spalle. E, in modo simmetrico e speculare a ciò che accade ne L'isola del tesoro, Walt White - per iniziarsi al Male - dovrà scendere a compromessi con la propria vita. I suoi affetti familiari ne risentiranno. La sua umanità avrà a patirne. Si troverà ad affrontare compromessi e situazioni umilianti. Paradossalmente, Walt comincerà a rinunciare alla propria vita ancor prima che il cancro abbia terminato di compiere la sua azione letale.

Poi non vi dico altro, perché le serie tv è meglio vederle che farsele raccontare. Ma vi assicuro che Breaking bad è una testimonianza affascinante, e profonda, di quanto sia pericoloso scegliere, consapevolmente, di fare compromessi a lungo termine con il Male. La strada per l'inferno, si dice, è lastricata di buone intenzioni; e assistere alle imprese di Walt White è un modo interessante di rendersi conto che, avendola intrapresa, non è semplice né immediato discostarsene. Perché se una iniziazione richiede l'assunzione di un sistema di valori e di una identità, è evidente che Walt - cambiando identità e sistema di valori - dovrà rinunciare ai valori, e alla identità, che prima possedeva. E non è un caso che Walt, a un certo punto della sua iniziazione, scelga di darsi uno pseudonimo col quale farsi conoscere nell'ambiente criminale. Walt si sta lasciando alle spalle la sua famiglia, il suo orgoglio, la sua dignità: tutto quello  che, con le sue azioni, ha tentato disperatamente di salvare. E noi, che da spettatori lo vediamo succedere, ce ne accorgiamo benissimo.

Solo lui, che vive la sua vicenda da protagonista (e dunque c'è dentro fino al collo), non lo sa.

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mercoledì, giugno 03, 2009

io non compro più speranza
che gli è falsa mercanzia


Breaking bad è una serie televisiva. Io finora ne ho vista la prima stagione, che ho scaricato via BitTorrent (in lingua originale) con i sottotitoli gentilmente forniti dai ragazzi di Italiansubs.net. Mi dicono che in Italia sia stata trasmessa sul canale AXN.

Che significa Breaking bad? Trattasi di espressione idiomatica della lingua inglese, che vuol dire un sacco di cose diverse - come spesso accade con quella lingua lì, e noi italiani non ce ne facciamo una ragione, visto che la lingua nostra ha una parola per tutto -. Tanto per dirne qualcuna, Breaking bad significa Prendere la cattiva strada, Inselvatichirsi, Combinare guai, Sfidare la legge. E mai titolo, allora, fu più azzeccato: poiché il protagonista della serie - Walter White, che tutti quelli che lo conoscono chiamano Walt - farà, nel corso delle vicende che lo vedono protagonista, tutte queste cose. E tante di più.

Cominciamo con la faccenda di Prendere la cattiva strada. All'inizio della storia, quando facciamo la sua conoscenza, Walt è un uomo molto perbene: anzi, anche troppo. Fa l'insegnante di chimica in una sgarrupata scuola superiore nella sgarrupata città di Albuquerque (e, pur essendo un insegnante talentuoso, ha una platea di studenti in gran parte scoglionatissimi, che delle sue lezioni se ne strasbattono). Siccome a far questo mestiere Walt guadagna pochino, e ha una famiglia da mantenere, cerca di arrotondare con un impiego pomeridiano in un autolavaggio. Frattanto, cerca di crescere meglio che può un figlio adolescente affetto da un handicap che lo obbliga a girare con le stampelle, gli distorce l'espressione del volto e lo fa parlare come un disco rotto (probabilmente una forma di distrofia, anche se nel telefilm non lo si dice, o lo si dice e io adesso non me ne ricordo). E poi sua moglie è di nuovo incinta, e questa gravidanza non è che Walt l'abbia tanto voluta, però quando lei ha deciso di portarla avanti lui ha fatto del suo meglio per farsi piacere la cosa. Insomma: la vita di Walt White non è granché, ma lui cerca di viverla decorosamente, prendendo - fin che ci riesce - il bene con il male.

Di colpo, però, questa esistenza mite e decorosa cambia completamente registro quando Walt scopre di essere affetto da un cancro ai polmoni che gli lascia pochi mesi da vivere. Al che, Walt veramente non sa più a che santo votarsi. Sa che lascerà i suoi cari in un mare di guai: oltre al fatto che sua moglie non lavora e lui è la sola fonte di reddito della famiglia, ci sono le terapie del figlio disabile da pagare, e c'è la bambina che sta per nascere. Soldi da parte non ne hanno, l'assicurazione medica che si ritrovano fa schifo e non coprirà nemmeno le terapie per ritardare l'azione del cancro.

Ma poi succede che - complice il caso, la sorte, la Nemesi, il diavolo: quel che volete voi - Walt si imbatte in  Jesse Pinkman, un suo ex alunno che adesso campa facendo lo spacciatore di metanfetamine, e gli propone un affare. Mettiamoci a lavorare assieme, gli dice Walt, che ha la competenza professionale per cucinare in laboratorio droga di alta qualità che sarà massimamente gradita ai consumatori. Tutto ciò che Jesse dovrà fare è spacciarla, che poi è esattamente quel che già sta facendo per campare. Dopodiché si spartiranno i guadagni, da soci alla pari. Ovviamente Jesse, un truzzone strafatto e allampanato dall'aria costantemente stravolta, è abbastanza perplesso di fronte alla proposta di Walt. Non era forse, costui, un uomo serio e rispettoso della legge? Walt non ha detto a Jesse di avere il cancro, e dunque Jesse si chiede se il suo ex docente non sia diventato una specie di pazzo furioso. Sicché gli domanda: "Ma come ti è venuta in mente, a te, un'idea del genere? Sei uscito di testa o cosa? Perché se sei uno scoppiato, e dobbiamo metterci a fare affari insieme, è il caso che io lo sappia". E qui arriva come una frustata la risposta di Walt, che è il primo grande momento epifanico di questa serie tv, e che è - a mio avviso - una risposta da applauso a scena aperta. Quando dunque Jesse chiede a Walt come mai gli sia venuto in mente di mettersi nel commercio di droga, Walt allarga le spalle e fa la faccia mesta di uno che ha capito improvvisamente che il mondo non è quella cosa che lui credeva fosse fino al giorno prima, ma è tutta un'altra faccenda.
Dopodiché Walt risponde: "I'm awake". Sono sveglio.

(continua nel prossimo post)

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