licenziamento del poeta
mercoledì, maggio 07, 2008
una sensazione calda e molto piacevole Non so se vi capita mai, di riflettere sull'opinione che avevate di una certa cosa, e di pensare che magari era sbagliata. A me è capitato ieri, quando mi è scattato un cortocircuito mentale rileggiucchiando un po', a pezzi e bocconi, un romanzo che a me piace molto: Friday di Robert A. Heinlein (che, per quanto ne so, in Italia non si trova in libreria: con un po' di fortuna potete reperirlo sulle bancarelle, per due soldi, con il titolo Operazione domani). A me questo romanzo piace molto, per un sacco di motivi (tra l'altro, io sono uno sfegatato ammiratore di Robert A. Heinlein) ma il fatto di cui volevo parlarvi riguarda la protagonista, che si chiama Friday ed è un'agente supersegreta, superaddestrata, terribilmente forte, pericolosa e caruccia anzichenò (non so perché, ma io da quando ho visto Kill Bill me la immagino sempre con le fattezze di Uma Thurman). Il romanzo si svolge in un futuro un po' lontano (ma non tantissimo) ed è divertente oltreché pieno di invenzioni e trovate, buona parte delle quali affascinanti (e almeno un paio geniali). Sta di fatto che c'è una cosa sulla quale ho cambiato opinione, ovvero l'origine dell'atteggiamento di Friday, questa agente supersegreta tostissima, nei confronti di attività come i lavori casalinghi, l'allevamento di bambini, la cucina e il fare le coccole al gatto di casa. Ebbene Friday, che per il resto è - come ho detto - una agente supersegreta tostissima, non appena ne ha l'occasione torna in famiglia (che è una famiglia un po' complicata perché si tratta di un matrimonio multiplo, leggete il libro e capirete); torna in famiglia, dicevo, e non vede l'ora di dedicarsi a queste cose e altre (cucinare per tutti, cambiare pannolini, cantare ninnenanne, fare shopping, fare la spesa, fare le coccole al gatto). Il motivo per cui tutto questo le piace tanto lo dice lei stessa, a un certo punto: "Avevo pagato per il felice privilegio di appartenere. A una famiglia: specialmente per la delizia domestica di cambiare pannolini bagnati e lavare piatti e carezzare cuccioli. [...] Avevo cercato di amarli tutti finché la storia di Ellen non aveva rischiarato gli angoli sporchi". Ebbene, la cosa buffa è che fino a qualche tempo fa il mio ragionamento su queste passioni proibite di Friday era banalotto anzichenò. Ovvero mi dicevo: "D'accordo, ma alla fine dei conti è naturale che Friday la pensi così, perché è una donna". "Credo che tutti desiderino solo questo. Appartenere a un luogo. Essere persone.
Dopodiché, leggendo questo post di Nicola ieri, poi mi son reso conto che, dopo aver letto il post, stavo leggiucchiando di nuovo a pezzi e bocconi il romanzo, e quando si arrivava ai pezzi in cui Friday fa a più riprese l'esaltazione della vita da casalinga, mi son reso conto che il mio modo di vedere la faccenda era cambiato. Non pensavo più che Friday apprezzasse certe attività perché, in fin dei conti, era pur sempre una donna malgrado il suo mestiere di agente supersegreto: ma mi rendevo finalmente conto che le apprezzava perché, come dice lei stessa, le davano la sensazione di appartenere. E fino a quel momento non me n'ero accorto, nonostante Heinlein scriva questa cosa nel romanzo a più riprese, e addirittura la sbatta proprio in faccia al lettore, quando alla fine del libro Friday molla la sua vita di agente segreta e si mette a condurre, definitivamente una esistenza assai meno pericolosa. Ed è anche un brano secondo me molto bello, nella sua semplicità, quello in cui Friday spiega la cosa, perciò lo riporto qui.
"Io appartengo, parola mia! La settimana scorsa ho cercato di capire perché sono sempre così a corto di tempo.
"Sono segretaria del consiglio comunale. Sono capopianificazione dell'associatore genitori-insegnanti. Sono capoplotone della scout New Toowoomba. Sono stata presidentessa del Garden Club, e faccio parte del comitato che sta preparando i piani per la nostra nuova università. Sì, appartengo a questo posto.
"E' una sensazione calda e molto piacevole".
martedì, maggio 06, 2008
non era quello un posto dove mettersi a tirar su chioschi di bibite Son proprio bravi, questi ragazzi del quindicinale "La Tribuna", che quando i numeri del giornale non son più in edicola poi li mettono online. Cosicché nel caso possa interessarvi, e abbiate mancato l'appuntamento con la edizione cartacea, a pagina 17 di questo numero (in pdf) c'è il mio racconto breve I ribelli della montagna. Voi, nel frattempo, state bene.
lunedì, maggio 05, 2008
run baby run baby run Una cosa molto bella del romanzo Il ciclista di Viken Berberian, è che il protagonista (che poi è colui il quale racconta la storia, l'io narrante insomma) prende in esame la distinzione tra gourmet e gourmand, ovvero tra l'intenditore raffinato di cibi e il semplice ghiottone. Il ciclista è un romanzo nel quale si parla continuamente di roba da mangiare, perché il protagonista è un gourmet, ed è stato un gourmand prima di diventare un gourmet, e ci tiene a farci sapere la differenza. In un certo senso è un esteta e un gaudente, perché nel raccontarci la sua storia chiama continuamente in causa l'aspetto sensoriale e sensuale della vita, la percezione dei piaceri dell'esistenza, dal gusto del cibo al rapporto con la fidanzata Ghaemi. Una cosa che fa un certo effetto, visto che il protagonista è, e noi lettori lo sappiamo, un terrorista suicida che ha intenzione di farsi saltare in aria in mezzo a un sacco di gente, in Libano. Un terrorista suicida che non ha per nulla i tratti del fanatico religioso ignorante e becero, anzi: è uno che ha studiato in Europa, a Londra, e lì ha appreso i fondamenti della sua educazione al godimento del Bello, e questa "educazione estetica" è andata avanti di pari passo con la sua iniziazione al terrorismo, anzi direi che le due cose sono inscindibili (leggete il libro e capirete meglio). Anzi, più raffinata si fa la competenza estetica del protagonista, più egli diventa una persona capace di capire e godere la Bellezza, e più si fa in lui risoluta l'adesione al terrorismo. La storia de Il ciclista è la storia di un tizio che racconta tutto un mondo che vive in bilico tra Eros e Thanatos, e non è solo un modo di dire: anzi, la morte è un dato così presente da obbligare quelli che vogliono perseguire un distacco, una visione prospettica, a un periodo di allontanamento dal Medio Oriente. Periodo che a volte, come nel caso del protagonista del libro, porta a una riscoperta delle proprie origini etniche e religiose da una prospettiva sghemba, alterata, che introduce tutto un insieme di suggestioni: volontà di potenza, consapevolezza estetica, soggezione al fascino della violenza, coinvolgimento in prima persona nella dialettica dello "scontro di civiltà". Ne rende testimonianza il linguaggio del protagonista, al tempo stesso brutale, lussureggiante e febbrile: "Le donne elisabettiane dormivano con una mela sotto l’ascella, poi offrivano il frutto ai loro amanti perché ne traessero un godimento olfattivo. Per chi preferisce i profumi d’ambiente, c’è sempre un pacchetto di Kent. C’è anche la scia adulterata dei profumi commerciali, più fetidi del puzzo di una tomba. Nessuno di questi odori uscirebbe bene dal confronto con i vapori che emanano da Ghaemi. Annusarla significava conoscere il mondo. Una zaffata della sua ascella poteva scatenarmi una jihad nei meandri della cavità nasale. Mi stuzzica le ciglia, quegli organi molecolari a forma di frusta che stanno nascosti dentro le narici, poi le fa schioccare a più non posso. Credo di aver capito, per sommi capi, come funziona la base chimica della nostra attrazione. Pare che, quando la molecola dell’odore interagisce con la membrana recettrice, si producano degli impulsi elettrici. Quando i segnali in codice inviati da molte cellule si uniscono, determinano un’esplosione collettiva che va ben oltre il naso, e della quale nessuna potenza egemonica potrebbe contrastare le conseguenze sconvolgenti".
venerdì, maggio 02, 2008
sulla via di Damasco Ogni tanto mio cugino Eric se n'esce con certe frasi che mi mandano lungo disteso, o quasi. L'altro giorno, stavamo al telefono, si parlava del fatto che lui sta per dare la tesi di laurea, nella seconda metà di maggio e allora per dare questa benedetta tesi e finalmente laurearsi gli toccano un sacco di pastoie burocratiche, deve passare sotto le forche caudine della burocrazia, fare un sacco di pratiche di file agli sportelli, e allora l'altro giorno mi diceva che lui più ci pensa, più deve passare attraverso queste brutte cose, più sperimenta la scarsa anzi scarsissima creanza e la malagrazia della gente che sta agli sportelli e s'occupa di queste pratiche che lui deve fare per forza, e più si convince, mio cugino Eric, che burocrazia significhi in realtà governo dei burini. Voi, nel frattempo, state bene.
martedì, aprile 08, 2008
salvami salvami ti prego salvami Mi collego su aNobii, inserisco qualche altro libro dei miei nella biblioteca online, ovverosia metto dentro, tra gli altri, le Parole private dette in pubblico di Giulio Mozzi (titolo che secondo me è bellerrimo, e infatti vien da Eliot). Poi vedo che ce l'abbiamo in pochi, le Parole private dette in pubblico di Giulio Mozzi, su aNobii, e vado a vedere chi altro ce l'ha, a parte il sottoscritto. E lì vedo che ci son dei commenti (che si sa, su aNobii si possono lasciare commenti ai libri); e tra questi commenti ce n'è uno che dice: "Veramente splendide le riflessioni di Mozzi sulla scrittura, la dimensione etica ke le attribuisce". Ora, dentro questo commento succede una cosa veramente delittuosa, una cosa che spezza il cuore. Perché NON SI PUO', ma soprattutto NON SI DEVE, parlare di "dimensione etica della scrittura" e poi scrivere "ke" con la kappa. Non si può, non si può in nessun caso. Parlare di "dimensione etica della scrittura" e poi scrivere "ke" con la kappa è una cosa come, non so, ecco, in linea di principio, partecipare alla conferenza di Wannsee e poi, un bel giorno a Norimberga, dire che ci si era andati per salvare l'ebraismo. Che poi a me aNobii piace, piace anche tanto, ma a volte ci leggo delle cose, ma delle cose che mi fanno star male veramente. Quanto a voi, se ancora vi riesce, state bene.
lunedì, aprile 07, 2008
once more into the breach, my dear friends Ho grande stima, e grande rispetto, di quelli, e quelle, che hanno tirato i pomodori a Giuliano Ferrara a Bologna. Mi piacciono queste persone, le ammiro, penso che era ora che qualcuno lo facesse e sono felice che l'abbiano fatto. Ecco, dovevo dirlo e l'ho detto, perché se c'è una cosa che m'irrita del fin troppo timido fronte dei laici in Italia è la mancanza di retorica barricadera, la scandalosa ed eccessiva disponibilità al dialogo coi cattolici, la scarsa capacità di compattare le file, di mettere su una falange, di partire e colpire lancia in resta. Vorrei dirlo con serenità, apertamente, senza remore: esattamente come bisogna avere il coraggio di riconoscere i propri nemici nella vita di tutti i giorni, bisogna avere la capacità di riconoscere i propri nemici sul piano politico. Bisogna tornare a capire che spesso e volentieri, tra il negoziato e la battaglia, è assolutamente preferibile la battaglia. Anche perché sono gli stessi antiabortisti, a invocare il diritto alla battaglia: parlano, continuamente, di battaglia in difesa della vita, così come i cattolici parlano di battaglia in difesa dei valori. Ora, io sono uno che ama la lingua italiana: per me le metafore insulse vanno castigate con il sistema più efficace di tutti: ovvero, spostandole sul piano della realtà. Cari antiabortisti, rivendicate dunque il vostro diritto alla battaglia? Benissimo: e allora perché vi lamentate quando i laici, finalmente, scelgono di accettare battaglia? Non sapete ch'è una gran brutta ipocrisia, domandare battaglia e pretendere di tenere aperto il dialogo? La battaglia si fa senza troppe chiacchiere, al massimo è consentita qualche caustica battuta indirizzata al nemico (gli Spartani ai Persiani: "Vieni, e prendile"). Si possono intonare canzoni guerresche (per incitarsi al combattimento) o sobriamente malinconiche (per celebrare i propri caduti). Ma quando finalmente è l'ora del cozzo violento tra i due schieramenti, ebbene: il tempo delle chiacchiere è finito, l'aria si riempie del magnifico clangore delle armi. Ben vengano i pomodori; ben vengano gli sberleffi; ben vengano gl'insulti. Avete offeso la dignità delle donne, obbligandole a vagare come pellegrine in cerca disperata della pillola del giorno dopo; avete oltraggiato la nostra pazienza, con le vostre idee assurde di osteggiare l'educazione sessuale e la contraccezione gratuita (l'abominevole atteggiamento di Adriana Poli Bortone in Puglia). Avete offeso il buon senso, con le vostre ridicole proposte di seppellire i feti a spese del pubblico erario. Eppure, tra di noi difensori della laicità c'era, e purtroppo ancora c'è, chi vuole aprire al dialogo. Io dico invece: è ora di dire basta, basta, basta. Finiamola con questo atteggiamento tollerante, mite, democratico. La democrazia è un lusso che non è più consentito quando le libertà essenziali dell'individuo sono a rischio. In tempi così tribolati, non restano che i versi del Bardo: "Ci sollazzate: e non dovremmo ridere? Ci infilzate: e non dovremmo sanguinare? Ci offendete: e non dovremmo vendicarci?".
martedì, aprile 01, 2008
un estratto di una cosa scritta che sto cominciando ad abbozzare Io ritengo che le parole, non tutte, ma alcune sì, contengano una propria dose di verità; che certe parole, a ben guardarle, possano aprirci gli occhi. Frase, questa, che è di per se stessa comicamente ingannevole e pure contraddittoria: perché se uno ha gli occhi chiusi, come può ben guardare qualcosa? So che si tratta di un discorso per metafora, ma bisognerebbe essere sempre molto precisi, perfino molto sobri, quando si esprime una metafora. Diversamente, ci si inganna; si fabbricano simboli che non hanno alcunché da simboleggiare, o che noi crediamo simboleggino la tal cosa e invece ne simboleggiano la talaltra. Eppure, quando dico che certe parole, a ben guardarle, possano aprirci gli occhi, esprimo una mia ferma convinzione: e se la metafora è infelice, lo è in quanto le parole si sottraggono all'atto stesso di guardarle, e tutti abbiamo gli occhi chiusi, ci piaccia o no, quando tentiamo di guardarle, se mai lo facciamo. Ci serviamo della nostra lingua con leggerezza; perché altrimenti, se dovessimo realmente guardare con attenzione ogni parola prima di pronunciarla, soppesarne i valori impliciti e quelli espliciti, esprimere con il linguaggio umano una verità capace di superare ogni fraintendimento... Se davvero tali fossero i nostri propositi, raggiungeremmo coi nostri discorsi un grado di pedanteria tale che nessuno vorrebbe più ascoltarci; oppure, di contro, non diremmo più nulla, sapendo che non è possibile tutelare la verità al punto di proteggerla dalle nostre parole, nel momento in cui non ci facciamo scrupolo di usarle. E tuttavia, se una assoluta precisione nel porgere i nostri argomenti per mezzo del discorso è impraticabile, non per questo dovremmo sottrarci al tentativo di rendere più precise, più esatte, le nostre parole. A noi Tedeschi, una accresciuta precisione nell'uso del linguaggio avrebbe potuto rivelare che non avevamo alcun diritto di ergerci contro l'invasione dei barbari orientali; che non potevamo essere noi il baluardo contro l'invasione barbarica. Già il fatto storico di per se stesso, visto nel'ottica di chi si difende, ci è estraneo: è estraneo al nostro pensiero e al nostro linguaggio. Quando, nelle aule di scuola e delle università, raccontiamo la storia di quelle invasioni che disfecero l'Impero Romano, secoli e secoli fa, noi non le chiamiamo invasioni dei barbari come fanno i popoli mediterranei: nella nostra lingua, diciamo semmai migrazioni di popoli*. Può sembrare una differenza da poco, ma la verità che si annida in quelle parole non deve sfuggirci: diciamo così perché noi, quelle invasioni, tendiamo a vederle dal punto di vista dei nuovi venuti anziché da quello delle popolazioni locali. Vediamo le cose dal punto di vista germanico, non romano; e non ci fa affatto piacere che, quando si parla dei Goti o degli Unni, si parli di popolazioni barbariche - perché in mezzo a quei barbari, ci siamo anche noialtri -. [*in tedesco, Völkerwanderungen]
lunedì, marzo 31, 2008
chi fosse la provincia e chi l'impero Sempre nell'ambito dell'ottima campagna "Obiettiamo gli obiettori", contro l'obiezione di coscienza dei medici che rifiutano di praticare l'Ivg, segnalo l’assemblea pubblica che si terrà a Milano mercoledì 2 aprile alle 21 c/o USI-Sanità, viale Bligny 22 (scala sinistra, terzo piano). Maggiori informazioni le trovate qui; nel frattempo, state bene. (Nota di servizio: ho tolto la moderazione ai commenti: una misura che, onestamente, spero di non dover più adottare in futuro)
non è il punto:
il punto era l'incendio
giovedì, marzo 20, 2008
il mio nome è Legione, perché siamo in molti La mia piccola cattiveria quotidiana. Come forse gli utenti di Splinder sanno, i commentatori anonimi sui blog di questa piattaforma vengono identificati da un Anonymous identifier. E' abbastanza agevole notare - cliccando qui -, che i sei commenti al post ragazzi, imparate l'italiano, e di corsa, lasciati da utenti apparentemente diversi (che, addirittura, si son messi a dialogare l'uno con l'altro!...) appartengono in realtà al medesimo utente (id 4ab5f3c4b512b1a). Curiosamente (ma anche no), tutti e sei i commenti criticavano negativamente le mie pesanti osservazioni alla comunicazione della campagna elettorale del candidato del Pd Massimiliano Valeriani, espresse nel post. Voi, nel frattempo, state bene.
mercoledì, marzo 19, 2008
potrei anch'io fare il Presidente [Loredana Di Guida, amministratore delegato di Pan Advertising, che cura la strategia di comunicazione del candidato del Pd Massimiliano Valeriani, si è presa la briga di rispondere (nei commenti) al mio caustico post, ove definivo "suicida" lo slogan elettorale concepito, dai professionisti della sua azienda, per il candidato in questione. Mi pare opportuno replicare, qui, alle sue osservazioni] Cara Loredana Di Guida, lei scrive: "Se lei si fosse preso il disturbo di dare un'occhiata al suo sito (riportato sui manifesti) [si riferisce al sito di Valeriani, ndr] avrebbe scoperto che, nei meno di due anni da consigliere al municipio Roma VI, Valeriani si è battuto non poco per l'ambiente e che il suo programma prevede una serie di interventi per migliorare ancora di più ambiente e mobilità. In altre parole avrebbe capito che questo candidato, anche se non è sempre facile e i risultati si vedono un po' alla volta, ce la sta mettendo tutta per elevare la qualità della vita di tutti e per tenerci informati. Cara Loredana Di Guida, io non discuto i contenuti dell'attività di Valeriani proprio in quanto quei contenuti non sono rilevanti, qui. Posso anche credere sulla parola ch'egli "si sia battuto non poco per l'ambiente" e che "il suo programma preveda una serie di interventi per migliorare ancora di più ambiente e mobilità". Ma non sono queste cose, a essere in discussione. Semmai, è in discussione il fatto che le persone che lavorano nella sua azienda (in particolare, quelle che curano la campagna di Valeriani) non sappiano l'italiano. Qui le mie idee politiche, mi creda, sono irrilevanti in relazione alle osservazioni che faccio alla campagna elettorale curata dalla sua azienda; ed è davvero puerile, da parte sua, che lei ritenga di poterle desumere dal tono che ho scelto di usare. Se poi si fosse presa la briga di leggere i commenti, avrebbe scoperto la mia ammirazione nei confronti della comunicazione usata nella campagna di Nichi Vendola, governatore della Puglia: ciò le avrebbe risparmiato, forse, certe patetiche asserzioni sul fatto che i miei appunti al vostro lavoro abbiano origini di parte politica. Cara Loredana Di Guida: il tono delle mie osservazioni al vostro lavoro è derisorio, e sarcastico, perché voi non sapete l'italiano, e fate violenza alla lingua italiana. Non solo: è evidente che non sapete fare granché bene il vostro mestiere neanche in termini di metodologia di relazione. Il fatto che lei stessa, in qualità di a.d., si sia sentita in obbligo di venir qua a fare osservazioni - senza esserne sollecitata -, è un autogoal: se le mie critiche non fossero fondate, non si capirebbe come mai spender tante parole per prodursi in una confutazione. Confutazione che, a ben guardare, non confuta nulla: perché non esprime un solo argomento logico in opposizione al mio discorso. Anzi, il suo intervento contiene argomentazioni che in nulla attengono all'oggetto del dibattere. In che modo la frase incriminata ("Una città che funziona ti cambia la vita") sintetizzerebbe il concetto "Valeriani ce la sta mettendo tutta per elevare la qualità della vita di tutti"? Cara Loredana Di Guida, si rende conto che tra le due proposizioni non esiste nesso logico di sorta? Capisce che le sue considerazioni non le fanno onore, in termini squisitamente professionali? E' al corrente del fatto che questo blog è abitualmente frequentato da professionisti della comunicazione (giornalisti, pubblicitari, scrittori) e che dinanzi a questa platea lei, e la sua azienda, state rimediando una ben magra figura? Cordialmente, Davide L. Malesi.
ma sto con lei, e non mi manca niente
La frase che ha suscitato la sua reazione ["Una città che funziona ti cambia la vita", che sarebbe lo slogan di Valeriani, ndr] è in realtà la sintesi più semplice e vicina a questo suo modo di fare e che è del resto noto a chi lo conosce più da vicino. Lo dico anche per rassicurarla che chi sta lavorando per lui non è poi così demente come lei sospetta".



