licenziamento del poeta
lunedì, maggio 19, 2008
cartoline dalla tragedia greca, #2 Perché i fatti del sangue e della psiche dunque sarebbero così importanti? A chi interessano? Dov'è il loro potere di suggestione? Perché li temiamo? Questa ultima, se ci pensate, è la domanda più importante di tutte. Nulla, come i fatti del sangue e della psiche produce in noi un sentimento di paura: a volte sotteso, altre volte più scoperto. L'omicidio, la violenza da stadio, lo stupro, ci fanno paura; la malattia e la morte ci fanno paura; la nascita perfino ci fa paura (poche civiltà come quella occidentale di oggidì hanno prodotto legioni di persone così spaventate dall'idea di avere figli). I meccanismi intimi della psiche ci fanno paura: abbiamo paura di dimenticare certe cose, e di ricordarne altre; abbiamo paura di diventare persone diverse da quelle che siamo, o di non poter più cambiare e perciò di restare, per sempre, quelli che siamo. Su queste paure costruiamo sovrastrutture mentali complesse e potenti, a cui attribuiamo il senso di realtà tangibili: le nostre paure ci sembrano, invariabilmente, vere. La paura di una minaccia forgia l'autenticità della minaccia aldilà di qualsiasi valutazione statistica, altrimenti non ci sarebbe tanta gente che ha paura dell'aereo e che poi non ha problemi ad andare in giro in macchina (per chi non lo sapesse, statisticamente l'aereo è un mezzo molto più sicuro). In verità ciò che ci terrorizza, nei fatti del sangue e della psiche, è la loro valenza ancestrale. Fin dagli albori della civiltà, l'umanità ha prodotto narrazioni che tentassero di conferire un senso condiviso a questi fatti: non a caso, nel racconto biblico, troviamo tali narrazioni proprio all'inizio. L'origine della stirpe umana, il legame tra uomo e donna, la perdita delle illusioni che viene con la conoscenza, il modo in cui gli uomini hanno cominciato ad ammazzarsi tra loro: i racconti della Genesi non fanno altro che tentare di dare un principio articolato, e perciò una spiegazione, ai fatti del sangue e della psiche. La tragedia greca, per contro, fa esattamente l'opposto: sancisce l'inspiegabilità di questi fatti, la loro assoluta impenetrabilità, la mancanza di codici che ci consentano un tentativo di decifrazione. (continua)
lunedì, maggio 12, 2008
cartoline dalla tragedia greca, #1 Tra un mese circa, se tutto va bene, mia moglie ed io partiremo per Siracusa, come da tradizione nostra, per assistere alla Trilogia dell'Orestea di Eschilo presso il Teatro Greco di laggiù. Tradizione nostra significa che noi abbiamo questa abitudine, nella stagione teatrale classica siracusana, di partire per la Sicilia con lo scopo preciso di assistere ai drammi antichi. Ovviamente c'è una ragione banale per questo: ovverosia, che i drammi antichi ci piacciono e il fatto di assistervi negli stessi luoghi ove furono rappresentati duemilacinquecento anni fa, quando furono scritti, è un fatto che ci suggestiona inevitabilmente. C'è un qualche cosa di eccitante, e insieme di misterioso, nel dato che le tragedie greche continuano ad essere rappresentate oggi, trattandosi di testi narrativi scritti così tanto tempo fa. Si percepisce, in quelle storie, una mescolanza di elementi viscerali e complessi: vi si raccontano i fatti del sangue e quelli della psiche. Il sangue e la psiche: di cos'altro siamo fatti, e cos'altro c'è bisogno di conoscere? In quella straordinaria fucina di invenzioni narrative che è la serie tv del Dottor House, la perfetta sigla di testa ce lo fa capire in modo magistrale. Le immagini degli organi interni dell'uomo vengono squadernate come su un trattato di anatomia: il cuore, i visceri, il cervello. A queste immagini se ne sovrappongono, e alternano, altre: una veduta esterna dell'ospedale in cui House lavora; il medico e il suo team che avanzano in un corridoio; ma, soprattutto, due imbarcazioni che procedono pigramente nell'ansa di un fiume. Le nostre vene e arterie, e i nostri vasi sanguigni, intesi come luoghi del flusso: ciò che il medico fa, nell'atto di incontrare i nostri mali, è navigare in quei flussi, procedervi lentamente come le barche della sigla. House, più ancora che guarire, intende sviscerare le ragioni del male: solo così potrà sconfiggere la morte (suo obiettivo alto e ultimo: perché, come dice egli stesso a un paziente, "la morte fa schifo"). (continua)
mercoledì, maggio 07, 2008
una sensazione calda e molto piacevole Non so se vi capita mai, di riflettere sull'opinione che avevate di una certa cosa, e di pensare che magari era sbagliata. A me è capitato ieri, quando mi è scattato un cortocircuito mentale rileggiucchiando un po', a pezzi e bocconi, un romanzo che a me piace molto: Friday di Robert A. Heinlein (che, per quanto ne so, in Italia non si trova in libreria: con un po' di fortuna potete reperirlo sulle bancarelle, per due soldi, con il titolo Operazione domani). A me questo romanzo piace molto, per un sacco di motivi (tra l'altro, io sono uno sfegatato ammiratore di Robert A. Heinlein) ma il fatto di cui volevo parlarvi riguarda la protagonista, che si chiama Friday ed è un'agente supersegreta, superaddestrata, terribilmente forte, pericolosa e caruccia anzichenò (non so perché, ma io da quando ho visto Kill Bill me la immagino sempre con le fattezze di Uma Thurman). Il romanzo si svolge in un futuro un po' lontano (ma non tantissimo) ed è divertente oltreché pieno di invenzioni e trovate, buona parte delle quali affascinanti (e almeno un paio geniali). Sta di fatto che c'è una cosa sulla quale ho cambiato opinione, ovvero l'origine dell'atteggiamento di Friday, questa agente supersegreta tostissima, nei confronti di attività come i lavori casalinghi, l'allevamento di bambini, la cucina e il fare le coccole al gatto di casa. Ebbene Friday, che per il resto è - come ho detto - una agente supersegreta tostissima, non appena ne ha l'occasione torna in famiglia (che è una famiglia un po' complicata perché si tratta di un matrimonio multiplo, leggete il libro e capirete); torna in famiglia, dicevo, e non vede l'ora di dedicarsi a queste cose e altre (cucinare per tutti, cambiare pannolini, cantare ninnenanne, fare shopping, fare la spesa, fare le coccole al gatto). Il motivo per cui tutto questo le piace tanto lo dice lei stessa, a un certo punto: "Avevo pagato per il felice privilegio di appartenere. A una famiglia: specialmente per la delizia domestica di cambiare pannolini bagnati e lavare piatti e carezzare cuccioli. [...] Avevo cercato di amarli tutti finché la storia di Ellen non aveva rischiarato gli angoli sporchi". Ebbene, la cosa buffa è che fino a qualche tempo fa il mio ragionamento su queste passioni proibite di Friday era banalotto anzichenò. Ovvero mi dicevo: "D'accordo, ma alla fine dei conti è naturale che Friday la pensi così, perché è una donna". "Credo che tutti desiderino solo questo. Appartenere a un luogo. Essere persone.
Dopodiché, leggendo questo post di Nicola ieri, poi mi son reso conto che, dopo aver letto il post, stavo leggiucchiando di nuovo a pezzi e bocconi il romanzo, e quando si arrivava ai pezzi in cui Friday fa a più riprese l'esaltazione della vita da casalinga, mi son reso conto che il mio modo di vedere la faccenda era cambiato. Non pensavo più che Friday apprezzasse certe attività perché, in fin dei conti, era pur sempre una donna malgrado il suo mestiere di agente supersegreto: ma mi rendevo finalmente conto che le apprezzava perché, come dice lei stessa, le davano la sensazione di appartenere. E fino a quel momento non me n'ero accorto, nonostante Heinlein scriva questa cosa nel romanzo a più riprese, e addirittura la sbatta proprio in faccia al lettore, quando alla fine del libro Friday molla la sua vita di agente segreta e si mette a condurre, definitivamente una esistenza assai meno pericolosa. Ed è anche un brano secondo me molto bello, nella sua semplicità, quello in cui Friday spiega la cosa, perciò lo riporto qui.
"Io appartengo, parola mia! La settimana scorsa ho cercato di capire perché sono sempre così a corto di tempo.
"Sono segretaria del consiglio comunale. Sono capopianificazione dell'associatore genitori-insegnanti. Sono capoplotone della scout New Toowoomba. Sono stata presidentessa del Garden Club, e faccio parte del comitato che sta preparando i piani per la nostra nuova università. Sì, appartengo a questo posto.
"E' una sensazione calda e molto piacevole".
martedì, maggio 06, 2008
non era quello un posto dove mettersi a tirar su chioschi di bibite Son proprio bravi, questi ragazzi del quindicinale "La Tribuna", che quando i numeri del giornale non son più in edicola poi li mettono online. Cosicché nel caso possa interessarvi, e abbiate mancato l'appuntamento con la edizione cartacea, a pagina 17 di questo numero (in pdf) c'è il mio racconto breve I ribelli della montagna. Voi, nel frattempo, state bene.
lunedì, maggio 05, 2008
run baby run baby run Una cosa molto bella del romanzo Il ciclista di Viken Berberian, è che il protagonista (che poi è colui il quale racconta la storia, l'io narrante insomma) prende in esame la distinzione tra gourmet e gourmand, ovvero tra l'intenditore raffinato di cibi e il semplice ghiottone. Il ciclista è un romanzo nel quale si parla continuamente di roba da mangiare, perché il protagonista è un gourmet, ed è stato un gourmand prima di diventare un gourmet, e ci tiene a farci sapere la differenza. In un certo senso è un esteta e un gaudente, perché nel raccontarci la sua storia chiama continuamente in causa l'aspetto sensoriale e sensuale della vita, la percezione dei piaceri dell'esistenza, dal gusto del cibo al rapporto con la fidanzata Ghaemi. Una cosa che fa un certo effetto, visto che il protagonista è, e noi lettori lo sappiamo, un terrorista suicida che ha intenzione di farsi saltare in aria in mezzo a un sacco di gente, in Libano. Un terrorista suicida che non ha per nulla i tratti del fanatico religioso ignorante e becero, anzi: è uno che ha studiato in Europa, a Londra, e lì ha appreso i fondamenti della sua educazione al godimento del Bello, e questa "educazione estetica" è andata avanti di pari passo con la sua iniziazione al terrorismo, anzi direi che le due cose sono inscindibili (leggete il libro e capirete meglio). Anzi, più raffinata si fa la competenza estetica del protagonista, più egli diventa una persona capace di capire e godere la Bellezza, e più si fa in lui risoluta l'adesione al terrorismo. La storia de Il ciclista è la storia di un tizio che racconta tutto un mondo che vive in bilico tra Eros e Thanatos, e non è solo un modo di dire: anzi, la morte è un dato così presente da obbligare quelli che vogliono perseguire un distacco, una visione prospettica, a un periodo di allontanamento dal Medio Oriente. Periodo che a volte, come nel caso del protagonista del libro, porta a una riscoperta delle proprie origini etniche e religiose da una prospettiva sghemba, alterata, che introduce tutto un insieme di suggestioni: volontà di potenza, consapevolezza estetica, soggezione al fascino della violenza, coinvolgimento in prima persona nella dialettica dello "scontro di civiltà". Ne rende testimonianza il linguaggio del protagonista, al tempo stesso brutale, lussureggiante e febbrile: "Le donne elisabettiane dormivano con una mela sotto l’ascella, poi offrivano il frutto ai loro amanti perché ne traessero un godimento olfattivo. Per chi preferisce i profumi d’ambiente, c’è sempre un pacchetto di Kent. C’è anche la scia adulterata dei profumi commerciali, più fetidi del puzzo di una tomba. Nessuno di questi odori uscirebbe bene dal confronto con i vapori che emanano da Ghaemi. Annusarla significava conoscere il mondo. Una zaffata della sua ascella poteva scatenarmi una jihad nei meandri della cavità nasale. Mi stuzzica le ciglia, quegli organi molecolari a forma di frusta che stanno nascosti dentro le narici, poi le fa schioccare a più non posso. Credo di aver capito, per sommi capi, come funziona la base chimica della nostra attrazione. Pare che, quando la molecola dell’odore interagisce con la membrana recettrice, si producano degli impulsi elettrici. Quando i segnali in codice inviati da molte cellule si uniscono, determinano un’esplosione collettiva che va ben oltre il naso, e della quale nessuna potenza egemonica potrebbe contrastare le conseguenze sconvolgenti".
venerdì, maggio 02, 2008
sulla via di Damasco Ogni tanto mio cugino Eric se n'esce con certe frasi che mi mandano lungo disteso, o quasi. L'altro giorno, stavamo al telefono, si parlava del fatto che lui sta per dare la tesi di laurea, nella seconda metà di maggio e allora per dare questa benedetta tesi e finalmente laurearsi gli toccano un sacco di pastoie burocratiche, deve passare sotto le forche caudine della burocrazia, fare un sacco di pratiche di file agli sportelli, e allora l'altro giorno mi diceva che lui più ci pensa, più deve passare attraverso queste brutte cose, più sperimenta la scarsa anzi scarsissima creanza e la malagrazia della gente che sta agli sportelli e s'occupa di queste pratiche che lui deve fare per forza, e più si convince, mio cugino Eric, che burocrazia significhi in realtà governo dei burini. Voi, nel frattempo, state bene.



