licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

lunedì, gennaio 14, 2008

era meglio l'impero austroungarico (post smisuratamente lungo dove si parla di vita e di morte e di aborto e della legge 194 e di argomenti tutti pesanti come macigni: siate avvisati)

Io ho sempre molta paura quando le cose - nel discorso pubblico - non vengono chiamate col loro nome e mostrate per ciò che sono. Ho paura, anzi ho orrore, del politically correct: ho paura quando uno storpio diventa diversamente abile, quando un cieco diventa non vedente, quando uno zoppo diventa una persona con difficoltà deambulatorie. Ho paura delle metafore e delle immagini suggestive, molta paura. So che dietro al sol dell'avvenire possono starci milioni di morti ammazzati. So che dietro a un termine neutro come lebensraum - spazio vitale - può starci una cosa come l'invasione della Russia. Ho paura di slogan come l'immaginazione al potere: sinceramente, e per il bene di tutti, preferirei che al potere ci andasse gente senza tanta immaginazione, ma con buone competenze amministrative e di governo. La verità di questi nostri tempi, cari miei - e l'unico che mi sembra averlo capito è Paolo Nori, che ne ha parlato in Noi la farem vendetta - è che noi stiam vivendo dei tempi in cui il mondo in cui siam vissuti, il nostro mondo, ci sta scomparendo da sotto i piedi. Una cosa che è successa anche a un grande scrittore che si chiamava Joseph Roth che è vissuto in tempi in cui il mondo suo, che si chiamava impero austroungarico, stava lì lì scomparendo da sotto i suoi piedi. Siccome Joseph Roth era un grande scrittore, se voi leggete i romanzi suoi ecco vi sembrerà anche a voi di star lì in un mondo che si chiama impero austroungarico e che vi sta scomparendo da sotto i piedi. Ed ecco io ho la sensazione di vivere in un mondo così anche quando non leggo Joseph Roth. Perché vedete, il fatto è che a me piacciono le cose chiamate col loro nome e adesso succede sempre più spesso che le cose vengano chiamate con un nome diverso da quello vero e proprio che hanno. Succede che le cose soprattutto nel dibattito pubblico vengano distorte e mascherate. E io con questo fatto non ci convivo bene, non ci sto bene. Non è passione politica la mia: io ho in odio la politica, a me piace l'impero austroungarico. E' che mi piace che le cose vengano chiamate col loro nome. E allora mi fa star male, per esempio, questa cosa dell'idea di Ferrara della moratoria sull'aborto.

Vedete, a me della vita umana, frega niente. Della qualità della vita, invece, frega molto. Non penso che una vita sia meglio che nessuna vita sempre e comunque: anzi. Ci sono molte circostanze in cui mi viene in mente che la cosa più intelligente che un essere umano possa fare, a se stesso, sia di farsi un buco in testa. Io, che pure ho avuto una vita non brutta, diciamo, ci ho pensato un sacco di volte. Adesso, eh, è tanti anni che non ci penso più, ma una volta ci pensavo. Che magari sarei stato meglio da morto. Comunque è una cosa che non c'entra questa, sto divagando. Cioè c'entra sì, ma fino a un certo punto. Serve a darvi una idea sommaria di come la vedo io, la vita. Non che sia un valore assoluto. Anzi. Si può desiderare la morte, se si ha una vita brutta (a me è successo, quando la mia vita non mi piaceva: se non mi tolsi di mezzo a quell'epoca, fu perché ci vuole un certo fegato, e io non ce l'avevo). Si può anche togliere la vita ad altri, ammazzare, per tante ragioni. Non è nemmeno una esperienza così importante. Una volta ho chiesto a mio nonno Giuseppe, Beppe, Peppino, chiamatelo un po' come volete, che durante la guerra civile tra il '43 e il '45 ha ammazzato parecchia gente. Specialmente tedeschi ma anche gente di Salò. Gli ho chiesto un po' com'era stato ammazzare tanta gente, se era stato bello o brutto. Mio nonno mi rispose: "Mah, né bello né brutto. Una cosa media".

Ma, ancora, sto divagando. Basta un po'. Vedo di arrivare al punto. Sapete perché, beh, mi danno fastidio i discorsi di questi giorni sulla moratoria sull'aborto? Perché sono fumo negli occhi. Argomenti come la sacralità della vita, o il diritto alla vita, sono fumo negli occhi. La gente si ammazza per un sacco di motivi. Alcuni sono buoni, altri meno. Ero piccolo, io, quando chiesi a mio nonno perché lui avesse ammazzato i tedeschi. Lui rispose: "Erano tedeschi". Ad alcuni di voi questa ragione parrà, ne sono sicuro, ottima. Ad altri lo sembrerà meno. Fatto sta che mio nonno ebbe anche una lettera della Presidenza della Repubblica in cui lo si ringraziava per aver contribuito a scacciare lo straniero invasore dal sacro suolo della Patria. Ossia, per avere ammazzato un considerevole numero di tedeschi. E il Presidente della Repubblica gli mandò pure un foglio lungo lungo in cui lo insigniva dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana per quel motivo lì. E il Comune di Roma gli diede un posto da dirigente, per meriti resistenziali. Ossia per avere, in sostanza, ammazzato della gente. Come vedete, la vita non è sacra quanto ci vogliono far credere. Anzi: in determinate circostanze, tu puoi ammazzare della gente e vederti poi fare un sacco di complimenti e avere un ottimo posto di lavoro. Lo ridico: storie come la sacralità della vita, o il diritto alla vita, sono fumo negli occhi. La gente si ammazza per un sacco di motivi. Alcuni sono buoni, altri meno. Ma questi motivi ci sono. E c'è poi anche la gente che si ammazza senza motivo, ma parlarne ora sarebbe lungo e ci porterebbe un po' fuori strada. E noi abbiam già divagato abbastanza. La questione è il gesto di ammazzare: è quello, che ci interessa ora. Ed è un gesto che in molti casi è sanzionato dalla legge. Però, lo abbiam visto, mica tutte le volte. Dipende dai casi e dalle circostanze. C'è la volta che ammazzi, e ti mettono in galera. E quell'altra che ammazzi, e ti danno una medaglia e un posto al Comune. Insomma ci sono un bel po' di casi in cui il fatto di togliere di mezzo altri esseri umani non è solo tollerato, ma incoraggiato. Quindi: diciamocelo bene, questo è un campo dove non ci sono valori assoluti. Si naviga a vista. Dipende, ecco, un po' tutto dalle circostanze. Pare brutto dirlo, ma è così.

Ma, ancora, sto divagando. Basta un po'. Vedo di arrivare al punto. Sapete perché, beh, mi danno fastidio i discorsi di questi giorni sulla moratoria sull'aborto? Perché sono fumo negli occhi. Argomenti come la sacralità della vita, o il diritto alla vita, sono fumo negli occhi. La gente si ammazza per un sacco di motivi. Lo fa da sempre. Qui ciò che è in discussione non è la sacralità della vita (perché sappiatelo: la gente si è sempre ammazzata e continuerà a farlo) bensì il fatto che una donna possa o meno avere il controllo sul processo della sua gravidanza. Suona bello parlare della moratoria sull'aborto, suona bello tirare fuori slogan come Make love, not abortion. Ma io ho paura degli slogan. So bene che dietro al sol dell'avvenire possono starci milioni di morti ammazzati. Il punto è: che succede, il giorno in cui partisse davvero questa disgraziata (sì, disgraziata: lo dico) iniziariva della moratoria sull'aborto? Che succede da noi, qui in Italia? Lasciate perdere gli slogan, le belle parole, il diritto alla vita e tutte quelle storie lì. Quel che succede è che una donna che vuole abortire non può più farlo legalmente. Guardate, è tutto qui. Non c'è nient'altro. Che una donna, che non vuole portare a termine una gravidanza, si trova invece obbligata a farlo (salvo abortire all'estero, o ricorrere a chissà quali pasticci). Ed io, che sono uno che ama inventare e scrivere storie, non posso fare a meno di immaginarmele, queste donne. Di immaginarmi le loro storie. Di immaginarmi la storia di quella che magari è sposata, ma ha un matrimonio che non funziona, sta pensando di troncare col marito e ricominciare una vita nuova, e resta incinta per sbaglio. La storia di quella che ha sedici anni e si trova ad andare a scuola col pancione, e per tutta la vita le resteranno attaccate angoscia e vergogna e non se le scorderà più (qualsiasi cosa poi scelga di fare del figlio). La storia di quella che ha una carriera e dovrà mandare tutto a puttane ed odierà il figlio che le ha bruciato la carriera e non sarà, né sarebbe mai stata, adatta a far la madre. La storia di quella che ha già quattro figli e un quinto proprio non lo vuole. La storia di quella che è single e resta incinta in un rapporto occasionale con uno che non sa nemmeno chi è. Ora, sarò anche cinico, ma io nessuna di queste storie me la immagino con un lieto fine.

La legge 194 è una buona legge. Ed è una buona legge per tanti motivi. Uno di questi motivi è che porta la questione dell'interruzione di gravidanza sotto il controllo di chi dovrebbe poi vivere quella gravidanza. Non è una decisione bella o facile, siamo d'accordo. Ci sarà chi prenderà quella decisione con saggezza, dopo avere attentamente ponderato i pro e i contro. Ci sarà chi la prenderà con leggerezza anche estrema. Ma il fatto resta: nessuno è più qualificato a decidere di colei che è direttamente interessata. La donna. Lei e basta. Tutti gli altri, preti soloni e mariti, sono di troppo. La legge 194 consente alla donna di decidere. Ora: quel che si sta cercando di fare parlando di riesaminare la legge, è di toglierle (del tutto o in parte) questo potere. Il resto, sappiatelo, è fumo negli occhi.

also sprach licenziamentodelpoeta 13:04 | permalink | commenti (45)