licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

lunedì, febbraio 04, 2008

cose (non necessariamente utili) che s'imparano scrivendo romanzi, #5
(la prima puntata è
qui, la seconda invece è qui, la terza poi qui, e la quarta qui)

C'è una cosa che fai, quando scrivi un romanzo, che si chiama (beh, veramente, io la chiamo) piazzare i cartelli. Vale a dire che magari, a un certo punto, succede che devi scrivere un certo pezzo che lì per lì non ti va di scrivere. Non hai voglia di raccontare quella scena, descrivere quel posto, entrare nella psiche di quel personaggio, almanaccare su quell'evento, tirare le file di un certo discorso. Magari hai le idee abbastanza chiare su quel che deve succedere, però non proprio chiarissime, e intuisci che, prima di metterti a scriver di quella cosa lì, ti serve di sapere ancora qualche dettaglio fondamentale che, al momento, non sai dire quale sia: e tuttavia sai che c'è, che dev'esserci. Allora io faccio questa cosa, che chiamo piazzare i cartelli: interrompo il flusso del romanzo, salto alla scena successiva della scaletta (io ho sempre una scaletta), e mollo lì una qualche annotazione dove c'è scritto, più o meno, quello che deve starci in quel punto del romanzo, ad esempio:

[volte che va la buonasorte abbandona, storia sul capo dei comunisti che veniva in galera, e che lui non ha voluto raccontare allo sbirro, + storia di una parte del colpo “in soggettiva” (il colpo di sfiga), diversa da come è narrata in terza persona] [usa il "rivedo" come nella seconda parte] [racconta TUTTA LA SCENA DELLA PROPOSTA, fino a prima che dica di no ai soldi]

oppure:

[contraddizione: quando lui dice le "cose giuste" lei è contenta, però lui sta dicendo una cosa che lo fa sembrar vulnerabile: e in genere a lei non piace quando lui sembra vulnerabile. articolare la contraddizione con una spiegazione, un aneddoto, qualcosa]

Ed ecco, allora (non so, in verità, quanto possa servire, però so che questo blog è letto da persone che scrivono, così lo dico, casomai vi tornasse utile) una cosa che ho scoperto è che quando uno, magari dopo mesi, torna a leggere il cartello che ha messo lì, e subito gli viene in mente la roba che c'è da scrivere, senza grandi sforzi, di solito è un buon segno: significa che il testo ha una coerenza tutta sua, che regge, e che alla rilettura è il testo stesso a suggerire come organizzare le parti mancanti. Se invece uno rilegge il cartello che ha messo lì, e non gli viene in mente niente, di solito è un cattivo segno. Vuol dire che nel testo, almeno in quella porzione lì, di coerenza non ce n'è mica tanta. Coerenza strutturale, intendiamoci. Sulla coerenza morale e ideologica, che pare ossessionare certi autori (vedi l'intervento di Antonio Pascale nell'antologia Il corpo e il sangue d'Italia, peraltro assai ben scritto e interessante) io non vi posso aiutare, perché son cose di cui mi son sempre fregato, e delle quali intendo continuare a fregarmi.

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