licenziamento del poeta
martedì, febbraio 05, 2008
lo scafandro del palombaro Il corpo e il sangue d'Italia, è il titolo. "Otto inchieste da un Paese sconosciuto", è invece il sottotitolo che - da principio - mi sembrò inutilmente pretenzioso. Il timor di pretenziosità si aggravò quando finii di leggere la prefazione di Christian Raimo: anche quella pretenziosissima, militante, polemica (si scaglia contro il concetto di inchiesta come "forma di turismo della realtà", promettendo al contempo "provocazioni etiche"). Epperò: tirai un sospiro di sollievo, e i miei timori si dissolsero, dopo aver letto L'eterno ritorno di Giancarlo Cito, primo degli otto reportages, firmato da Alessandro Leogrande. Intendiamoci: il pezzo, di difetti, ne aveva eccome... Su tutte, la troppo scoperta militanza sinistrorsa dell'autore (è invero irritante leggere di Ippazio Stefàno, candidato a sindaco per le sigle Rc/Pdci/Verdi/Udeur/Sds, descritto come "medico gentile" e "pediatra dei poveri": stiam sempre parlando di uno ch'è in ballo per un posto di potere, ecchecazzo). Disturba anche l'occasionale abbandonarsi, da parte di Leogrande, alla deriva dei ricordi (come quando racconta, per filo e per segno, di quando poco ci mancò che prendesse un sacco di legnate dai fascisti). Ma quando fa parlare i fatti, ad esempio quando descrive nei più fini dettagli la campagna elettorale a Taranto, o quando racconta la storia di At6 (la televisione privata di Cito), o la storia di come il Taranto Football Club finì male (esemplare la scena di Cito che tira fuori la pistola in tribuna, durante una rissa), bè: Leogrande è davvero bravo. Si comincia a leggere, a pag. 11, e a pag. 51 si termina la lettura con la sensazione di essersi infilati uno scafandro da palombaro ed esser discesi in una specie di girone infernale: Taranto come città devastata, abbandonata, miserevole. Le pagine in cui Leogrande descrive il corteo di Cito con lo striscione "Siamo tutti mafiosi" e le torce, o quando racconta la scena della ragazza di periferia che, pur di telefonare alla diretta televisiva di Cito, non è andata al concerto di Gianni Celeste: non è che te le scordi subito, quelle pagine, quelle storie lì. Ti colpiscono con la forza di una pallottola: tu pensavi che certi orrori, certi abbrutimenti, fossero prerogativa di Paesi lontani colpiti da chissà quali emergenze umanitarie. E invece, eccoli lì. Anzi, qui. Perché Taranto è l'Italia, è un pezzo d'Italia. Casomai qualcuno l'avesse dimenticato. Va detto che non tutti i reportages hanno la stessa forza. C'è Scandalo a Filadelfia di Alberto Nerazzini, che è bellissimo: pieno di fatti, di interviste, di voci dei protagonisti: scritto in una prosa schietta e tutta cose (salvo l'inizio, che ci mette qualche pagina a ingranare: ma dalla 198 alla 250, è di una secchezza e di una misura invidiabili). E' una storia di 'ndrangheta, che non si limita a svolazzare sui fatti delittuosi (che della 'ndrangheta sono, tutto sommato, epifenomeni) ma davvero entra nel nucleo delle vicende umane di questa organizzazione malavitosa: i rapporti personali, sentimentali; i legami di sangue. Eppoi: Il mare che non c'è di Ornella Bellucci, nonostante l'orrendo titolo è un bellissimo pezzo che condivide, con l'inchiesta di Leogrande, i luoghi d'indagine (Taranto, ma stavolta quella del polo industriale) e l'occasionale, fastidiosa deriva autobiografica. C'è un pezzo misurato ed elegante come Professione imam di Stefano Liberti, ma c'è pure Cuor crocifisso di Silvia Dai Pra', che parte come un'inchiesta sul Family Day ma poi si sperde in mille rivoli, raccontando cose pure degne di nota, ma in maniera troppo disarticolata e confusa. C'è un pezzo stilisticamente discutibile come quello di Gianluigi Ricuperati, dove si mescolano narrazioni che meriterebbero approfondimento e psicologismi fuori luogo. C'è il pezzo di Antonio Pascale, molto ben scritto e pieno di cose interessanti, che però è tutto salvo che un'inchiesta: sembra, piuttosto, un saggio di filosofia morale (e da queste parti siam tradizionalisti: ci piace che le cose vengano etichettate per quel che sono, e non travestite). C'è il pezzo di Piero Sorrentino, dove si fanno eccessive illazioni e si teorizza davvero un po' troppo. Ma il libro, nel complesso, è notevole: poi, in diversi punti (soprattutto leggendo Scandalo a Filadelfia e Il mare che non c'è) l'effetto-pallottola provato grazie all'inchiesta di Leogrande si rifà vivo, e colpisce duro. Ciò che si può rimproverare a Il corpo e il sangue d'Italia è, soprattutto, il frequente abbandonarsi degli autori ad aneddoti autobiografici (una tendenza già citata per quanto riguarda Leogrande e la Bellucci, che nei loro pezzi mi ha dato particolarmente fastidio perché sono tra i migliori: ma, a ben guardare, è un male che affligge l'intera antologia). E, poi, un certo grado di arbitrarietà che a volte sfocia nel peccato capitale: ci son rimasto malissimo quando Leogrande rifiuta di entrare nella gioielleria dell'ex sindaco forzista Rossana Di Bello, affermando che non se l'è sentita di intervistarla. Non c'è nulla di peggio (nel giornalismo d'inchiesta) che negare la parola, scientemente, a qualcuno che si ritiene responsabile di ogni sorta di nefandezze. Una macchia che spiace, in un pezzo - altrimenti riuscitissimo - come quello di Leogrande.



