licenziamento del poeta
martedì, aprile 01, 2008
un estratto di una cosa scritta che sto cominciando ad abbozzare Io ritengo che le parole, non tutte, ma alcune sì, contengano una propria dose di verità; che certe parole, a ben guardarle, possano aprirci gli occhi. Frase, questa, che è di per se stessa comicamente ingannevole e pure contraddittoria: perché se uno ha gli occhi chiusi, come può ben guardare qualcosa? So che si tratta di un discorso per metafora, ma bisognerebbe essere sempre molto precisi, perfino molto sobri, quando si esprime una metafora. Diversamente, ci si inganna; si fabbricano simboli che non hanno alcunché da simboleggiare, o che noi crediamo simboleggino la tal cosa e invece ne simboleggiano la talaltra. Eppure, quando dico che certe parole, a ben guardarle, possano aprirci gli occhi, esprimo una mia ferma convinzione: e se la metafora è infelice, lo è in quanto le parole si sottraggono all'atto stesso di guardarle, e tutti abbiamo gli occhi chiusi, ci piaccia o no, quando tentiamo di guardarle, se mai lo facciamo. Ci serviamo della nostra lingua con leggerezza; perché altrimenti, se dovessimo realmente guardare con attenzione ogni parola prima di pronunciarla, soppesarne i valori impliciti e quelli espliciti, esprimere con il linguaggio umano una verità capace di superare ogni fraintendimento... Se davvero tali fossero i nostri propositi, raggiungeremmo coi nostri discorsi un grado di pedanteria tale che nessuno vorrebbe più ascoltarci; oppure, di contro, non diremmo più nulla, sapendo che non è possibile tutelare la verità al punto di proteggerla dalle nostre parole, nel momento in cui non ci facciamo scrupolo di usarle. E tuttavia, se una assoluta precisione nel porgere i nostri argomenti per mezzo del discorso è impraticabile, non per questo dovremmo sottrarci al tentativo di rendere più precise, più esatte, le nostre parole. A noi Tedeschi, una accresciuta precisione nell'uso del linguaggio avrebbe potuto rivelare che non avevamo alcun diritto di ergerci contro l'invasione dei barbari orientali; che non potevamo essere noi il baluardo contro l'invasione barbarica. Già il fatto storico di per se stesso, visto nel'ottica di chi si difende, ci è estraneo: è estraneo al nostro pensiero e al nostro linguaggio. Quando, nelle aule di scuola e delle università, raccontiamo la storia di quelle invasioni che disfecero l'Impero Romano, secoli e secoli fa, noi non le chiamiamo invasioni dei barbari come fanno i popoli mediterranei: nella nostra lingua, diciamo semmai migrazioni di popoli*. Può sembrare una differenza da poco, ma la verità che si annida in quelle parole non deve sfuggirci: diciamo così perché noi, quelle invasioni, tendiamo a vederle dal punto di vista dei nuovi venuti anziché da quello delle popolazioni locali. Vediamo le cose dal punto di vista germanico, non romano; e non ci fa affatto piacere che, quando si parla dei Goti o degli Unni, si parli di popolazioni barbariche - perché in mezzo a quei barbari, ci siamo anche noialtri -. [*in tedesco, Völkerwanderungen]




