licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

venerdì, ottobre 30, 2009

le abitudini del cattolico militante integralista (CMI)
parte seconda: esame dei testi autografi, sessione #4


Come detto nella sessione #1 della parte prima, la nostra osservazione dei CMI (cattolici militanti integralisti) si avvantaggerà, tra i possibili metodi di studio, in particolar modo dell'analisi di testi autografi dei CMI. Per cominciare, allora, prendiamo in esame una serie di testi scritti da Berlicche, uno dei CMI più assidui nel commentare i post che ho dedicato al cattolicesimo militante integralista. Questa serie di testi, intitolata Senza (potete cominciare a leggerla partendo dal post intitolato Senza senso) si propone - cito alla lettera - di "spiegare ai suoi interlocutori" il "senso" di parole come "persona, ragione, fede e soprattutto Chiesa e Dio". Berlicche si prefigge questo scopo perché ritiene che il senso che queste parole hanno avuto per secoli sia stato dimenticato, e vada oggi riscoperto. In virtù di tale presunta esigenza, egli si mette all'opera per produrre le necessarie spiegazioni.

In questa premessa c'è, oso dire, già tutto l'assortimento di elementi retorici di cui i CMI fanno uso nei loro discorsi mirati alla sostanziale condanna della modernità e della postmodernità. Ma per adesso vorrei concentrarmi su uno di essi, il più vistoso e fuorviante.

Mi riferisco alla produzione, all'interno del discorso, di un mitologema basato sull'affermazione secondo la quale "c'è stata un'epoca in cui il vero significato di certe parole era noto agli uomini"). Questo mitologema si fonda - nell'accezione convenzionale, basata sugli studi di Károly Kerényi - su un accumulo di aneddoti che vanno a produrre un materiale abbastanza suggestivo da dare l'idea di un passato mitico, e allo stesso tempo abbastanza fluido da consentire speculazioni su di esso.

Tale secondo aspetto è importantissimo, perché senza tali speculazioni la narrazione del passato mitico che si vuole immaginare sarebbe priva di quella componente di mistero, di insondabilità, che i cosiddetti "miti delle origini" debbono avere per risultare interessanti, e di conseguenza venire trasmessi attraverso la narrazione. In soldoni: se io dico che un tempo è esistita una mitica età dell'oro in cui tutti stavano bene perché si riempivano la pancia, scopavano a volontà e oziavano tutto il giorno, il "mito delle origini" che propongo è poco interessante e non si presta a grandi approfondimenti. Tutti, chi più chi meno, sappiamo come funzionano gli atti di riempirsi la pancia, scopare e oziare. Ma se io dico che un tempo è esistita una mitica età dell'oro in cui "gli uomini conoscevano il vero significato delle parole persona, ragione, fede, Chiesa, Dio" - ed è quel che fa Berlicche - allora costruisco un terreno fertile per le speculazioni mie e altrui. Il mito, per funzionare, ha bisogno anzitutto di essere immaginato dai suoi fruitori, ripetutamente, senza che la immaginazione possa saziarsi. La immaginazione di un passato mitico basato sull'opulenza si esaurisce nel momento stesso in cui viene narrata. Per contro, un passato mitico basato sulla vera conoscenza delle cose può essere immaginato e reimmaginato mille e più volte, senza esaurirsi: il mitologema da cui scaturisce è fumoso quanto serve.

Questo perché, nella affermazione che sta alla base del mitologema da me eviscerato, stanno già dentro un certo numero di considerazioni che, pur essendo minchiate paurose, aiutano a produrre il clima di mistero di cui i miti efficaci abbisognano.

Tali affermazioni sono:

1. Le parole possono avere un significato vero. Se tale significato è vero, ne consegue che gli altri - a meno che non si tratti di sovrapposizioni - sono falsi.

2. Il significato vero delle parole persona, ragione, fede, Chiesa, Dio" è stato dimenticato, non è più noto agli uomini.

3. Se tale significato è stato dimenticato, vuol dire che una volta era conosciuto.

Già l'affermazione di cui al punto 1, che butta a mare per intero Roland Barthes e i suoi studi su come i significati nuotino nel mare dei compromessi tra idioletti e linguaggi più o meno condivisi, basterebbe per classificare l'assunto di Berlicche come inattendibile. Il fatto è che tale assunto, per stupido che sia, esercita un fascino: specie sulle persone poco istruite ma convinte che, con la poca istruzione che hanno, vi sia comunque la possibilità di comprendere il senso delle cose (e queste persone sono, ci piaccia o no, legione). Da sempre, comprendere il senso delle cose è una delle maggiori fascinazioni delle persone poco istruite. Senza che vi sia un senso delle cose disponibile, accettabile, impiegabile e a portata di mano, essi vivono male. Soffrono proprio. E se li conducete nel deserto del reale di cui parla Slavoj Žižek, e li obbligate a risiedervi, escono di senno.

Invece, l'idea che un senso delle cose esista, e che sia stato dimenticato per qualche ragione, fa loro pensare che sia possibile imbarcarsi in una suggestiva quête du Graal: "Il senso delle cose esiste! Il vero significato delle parole esiste! Però è stato dimenticato! Andiamo, dunque, a conoscerlo, a riscoprirlo!" Il deserto del reale è esorcizzato: anzi, c'è una nobile impresa da compiere, a disposizione delle persone di buona volontà.

Naturalmente questo è un progetto da pazzi furiosi, da forsennati. (continua)

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