licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

martedì, novembre 08, 2005

niente da nascondere, dove non c'è niente da nascondere

Non avrei scritto nulla su Niente da nascondere di Michael Haneke (ci aveva già pensato, egregiamente, Rodolfo) se non mi fossi imbattuto in una sorta di peana innalzato al film da Marco Rovelli. Il peana mi ha innervosito al punto che ora mi tocca scriver qualcosa su Niente da nascondere di Michael Haneke. Pazienza.

Il film è ben girato tecnicamente, con bravi attori. Il problema, come spesso accade nei film di registi intellettualoidi o presunti tali, è la trama. Che sarebbe (cito da FilmUp): "Georges, intellettuale borghese che conduce un programma televisivo di letteratura, è un felice padre di famiglia. Le sicurezze della sua esistenza protetta si incrinano quando comincia a ricevere strani messaggi, impossibili da codificare: videocassette con immagini sue e dei suoi familiari ripresi di nascosto dalla strada, inquietanti disegni infantili e violenti. Georges non ha idea di chi possa mandarglieli, ma quando il contenuto delle cassette diventa più personale, appare evidente che il mittente è qualcuno che lo conosce molto bene. Georges è sempre più preoccupato per sé e la sua famiglia, e anche il rapporto con la moglie comincia a compromettersi".

Le cose non stanno proprio così. Georges è sì preoccupato fin dall'inizio, ma "quando il contenuto delle cassette diventa più personale" non c'è nessuna escalation, nessun salto di qualità drammaturgico: Georges continua ad esser preoccupato com'era prima (almeno, a quel che vien dato a intendere allo spettatore): fa sempre la stessa faccia, dice le stesse cose. Non si ha poi la sensazione che questa faccenda delle videocassette influisca, sulla sua vita, più di tanto: Georges continua a vivere la stessa esistenza di prima (dove per "prima" s'intende: il tempo in cui lo sconosciuto non aveva ancora iniziato a spedirgli le videocassette). Sì, è vero: si rivolge alla polizia (che dice di non poterlo aiutare, com'è nella tradizione di ogni bravo film di suspence, che vuole che il Protagonista Minacciato sia lasciato solo col suo problema affinché noi possiamo sentirlo con le spalle al muro, e temere per lui). Sì, è vero: quando emergono degli indizi per cui Georges suppone che a spedirgli le cassette sia una sua vecchia conoscenza, Georges va a cercare questa vecchia conoscenza per 1) scoprire se è realmente lui a spedire le cassette e 2) minacciarlo affinché, nel caso sia appunto lui a spedire le cassette, la faccia finita. Ebbene: tutte queste situazioni sono eccitanti e ricche di suspence più o meno quanto una coda alla posta. E questo perché il bisogno drammaturgico del personaggio di Georges non è abbastanza forte: non si ha mai la sensazione che le videocassette rappresentino, per lui, una minaccia davvero inquietante. Si ha tutt'al più la sensazione ch'esse siano una causa di disturbo, di irritazione, di fastidio: non di terrore. Un vero regista di suspence (Hitchcock docet) avrebbe arricchito il film con una sottotrama per cui Georges teme che le riprese contenute nelle videocassette possano rivelare qualcosa che lui vuole tener nascosto e che potrebbe distruggergli la vita. Haneke non è, spiace dirlo, un vero regista di suspence.

E qui tengo a dire che: da un film che si presenta come un film di suspence (con le videocassette anonime, la polizia che dice Non possiamo aiutarvi etc.) io mi aspetto, come prima cosa, la suspence. Che (come scrive Marco Rovelli) lo sguardo (del regista, del film) sia "sguardo sul niente, perché tutto è già da sempre lì, a disposizione, basta mettersi nella giusta distanza" non me ne frega, appunto, niente. Voglio la storia, la ciccia. Che qui non c'è. Georges riceve le videocassette ma la sua paura, se ne ha, non spacca il video: anzi, proprio non raggiunge lo spettatore. I suoi tentativi di arrivare alla verità sono fiacchi, mai disperati. Non lo vediamo mai annaspare, assediato da un incubo incombente o da un terrore che è lì lì per distruggerlo. Le sue angosce sembrano sature di noia, di stanchezza. Sembra che sia, Georges, così borghese e annoiato da non riuscire neanche a provare un terrore autentico (e tantomeno a trasmetterlo allo spettatore el film). E allora, se uno è così borghese e annoiato da non riuscire neanche a provare un terrore autentico, in un (vero o presunto) film di suspence può starci come i cavoli a merenda.

Di più: Georges sembra così borghese e annoiato che quando accade l'unico fatto eclatante del film (un suicidio assolutamente irreale, repentino perché irreale ed irreale perché repentino) a scuoterci non è il suicidio come fatto drammatico, bene inserito nel percorso narrativo del film: è il fatto che quel suicidio sia irreale e repentino. Dopo un poco, lo spettatore torna beatamente ad annoiarsi.

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