licenziamento del poeta

il blog di davide l. malesi. letteratura, amore, morte e altre sciocchezze.

mercoledì, gennaio 04, 2006

drinking out (is she real, is she) / pacifier (is she real, is she) / vitamin souls (is she real, is she) / the Street desire (is she real, is she) / doesn't make sense to (is she real, is she) / but it won't be long (is she real, is she)

Il colpo di genio di Lars Von Trier, quando ha scelto di portare al cinema qualcosa che assomiglia molto al teatro (Dogville, ovviamente: e poi Manderlay), sta nell'avere scelto di affrontare la scena teatrale, e di surcodificarla cinematograficamente, in luogo di una semplice transcodificazione: non il cinema al servizio del teatro, ma al contrario; il gesto non consiste nel mostrare, su di uno schermo, uno spettacolo teatrale, cancellando le diversità di codici e di convenzioni, ma a servirsi del linguaggio teatrale come materiale per un linguaggio cinematografico. Da qui la scelta di Von Trier di mostrare - sorta di effrazione, di stupro - ciò che a teatro uno spettatore non vede mai: il primo piano dei visi, la dinamica dei gesti teatrali vista dall'interno, con le sue insospettabili distanze o secondo visuali inconsuete (in particolare verticali, piazzando la telecamera sopra gli attori e il set, mostrando quest'ultimo come una pianta stilizzata).

Ora, la cosa più curiosa, è che questa surcodifica, questa sovrapposizione di un linguaggio a un altro, non sono assolutamente irriverenti: in un certo modo, Von Trier è completamente fedele al teatro, mettendo in scena film che sono in realtà racconti orali in cui la voce narrante è il motore della narrazione, e i personaggi non sono che burattini (in Dogville, ogni volta che sentiam dire alla voce narrante, "Grace fece la tal cosa" o "Grace andò nel tal posto" vediamo poi Grace fare quella cosa o andare nel tal posto, e così gli altri personaggi). Questo impiego dei personaggi come burattini è così spinto che Von Trier riesce a sforzarli a far cose che in un contesto che non fosse quello di un teatro dei burattini, risulterebbero insensate e deliranti: ad es. quando i paesani di Dogville fabbricano il collare con la catena e lo affibbiano a Grace per impedirne la fuga. Scena che in un diverso ambito fallirebbe miseramente: ma che invece, nel film di Von Trier, funziona benissimo. Forse che Von Trier miri, ponendo le sue storie di cinema in un contesto di teatro di burattini, a mettere in scena situazioni che altrimenti noi non accetteremmo, e dinanzi alle quali ci rifiuteremmo di sospendere l'incredulità? Mi sembra un'ipotesi ragionevole: se provate a figurarvi Dogville come film "realistico", girato magari in esterni (!?!), ecco, provate a dirmi se "ci state" ad accettare la scena in cui Grace vien trombata sul cassone coperto del camion dal guidatore scemo del camion suddetto, nel mezzo di un mercato; oppure la strage dei paesani alla fine del film...

Ah, un'ultima cosa. C'è chi sostiene che Dogville sia brutto (per ragioni squisitamente etiche). C'è anche chi sostiene che sia assai bello (ancora, per ragioni squisitamente etiche). C'è anche chi sostiene che Manderlay sia orrendo (per ragioni squisitamente formali, e di contenuto).  Entrambe i discorsi su Dogville mi sembrano stronzate. Quello su Manderlay mi dà l'idea di essere invece assai ponderato: ma devo astenermi da ogni giudizio sul film, perché non l'ho visto.

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